Psicoanalisi al cinema

Autore: Maria Quintigliano 18 gennaio 2022
Freaks Out Regista: Gabriele Mainetti Titolo: “Freaks Out” Data di uscita: 28 ottobre 2021 Genere: fantastico, drammatico, storico “Signore e signori, l’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra!” (Israel) Guerra, disabilità, tossicodipendenze, antisocialità, psicosi: “Freaks out”, il nuovo film di Gabriele Mainetti, sembra un improbabile compendio di psicopatologia, irrealistico (verrebbe da pensare), per quanto grave. La guerra e la violenza del nazismo fanno da sfondo a gravi condizioni psicopatologiche, condensate nella persona di Franz (Franz Rogowski), un pianista tedesco con sei dita per mano che, nella convinzione di essere un chiaroveggente, attende, tra una dose e l’altra di etere, tra una tortura spietata e un assassinio atroce, i quattro eroi che salveranno Hitler e la Germania nazista dalla sconfitta. Nel frattempo, nella sua mente, rapide incursioni di futuro: canzoni della nostra epoca contemporanea (dai Guns N’ Roses ai Radiohead), sveglia dell’iPhone, e molto altro, proveniente dal nostro presente. È forse questo l’elemento che maggiormente crea l’irrealtà della sceneggiatura, ottenendo però forse anche l’effetto opposto: quello cioè di farci vivere i temi presentati dal film come qualcosa di estremamente attuale, vicino a noi nonostante l’epoca diversa. Poi ci sono gli eroi: Fulvio (un Claudio Santamaria, riconoscibile solo dalla voce), Matilde (una giovane ed esuberante Aurora Giovinazzo), Cencio (un sorprendente Pietro Castellitto) e Mario (Giancarlo Martini). Tutti con una condizione che li rende diversi , una “disabilità” o un “super-potere”, a seconda della prospettiva. Ed è proprio Matilde che, nel suo essere adolescente, percorre il cammino più difficile e tormentato del film: da figlia-bambina, con le spalle appesantite da un trauma che potremmo definire “edipico”, a giovane donna, consapevole delle proprie potenzialità. Sembra metaforicamente rappresentare, in questo, il cammino dell’adolescenza, con le sfide che questo comporta: reintegrare il corpo nella psiche, proprio come fa Matilde che, dall’impossibilità di toccare gli altri per paura di un “pericolo” mortale, riesce a reintegrare la sua “eccitazione”, che diventa pensabile e quindi utilizzabile nella relazione con l’altro. Infine, aspetto peculiare del film, sembra essere quello onirico: tutta la narrazione appare un’allegoria non solo psichica, ma anche sociale, in cui si condensano e si capovolgono le situazioni più disparate proprio come nel montaggio di un sogno: è qui che il film riesce, a nostro avviso, nella comunicazione primaria e arriva con impeto al “cuore – inconscio” dello spettatore. Maria Quintigliano
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