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GIOCO O REALTÀ?

Francesca De Vita e Achiropita Chimenti

Fortinite, Call Of Duty, Brawl Stars, Mine Craft

Queste e molte altre sono le realtà dei giovani ragazzi prevalentemente dai 9 ai 15 anni.

Sono solo semplici videogiochi?

Per l’esperienza raccolta dai ragazzi che seguiamo possiamo dire di NO.

Spesso per alcuni di loro, soprattutto per i più vulnerabili, diventano delle vere e proprie realtà che assorbono tutta la loro attenzione.

A cosa è dovuto questa sostituzione della realtà esterna con una realtà virtuale? 

Sappiamo bene che anche prima della pandemia i giovani ragazzi preferivano rinchiudersi in questi mondi virtuali e sfogare tutta la loro aggressività repressa, la situazione attuale non ha fatto che amplificare tale dipendenza.

Mostri e nemici da sconfiggere sono i protagonisti dei mondi virtuali

Non a caso parliamo di giochi dove spesso devi uccidere tutti per poter sopravvivere.

Oppure creare realtà parallele ad opera d’arte dove tutto appare fuori da ogni turbamento.

Ma cerchiamo di capire insieme cosa caratterizza il passaggio evolutivo tra i 9 e i 15 anni. 

E’ senz’altro una fascia ampia, che consideriamo e forse la più difficile da comprendere. 

Tra i 9 e i 10 si acquisiscono nuove capacità ma ben presto tra gli 11 e 13 anni tutto sembra costellato dal caos. E’ la fase della preadolescenza, ma soprattutto è la fase del prepubere.

 “Non è più un bambino ma non è ancora un ragazzo”. 

E’ infatti una fase di transizione, è la fase della confusione totale. 

Sembrano non capire come si sentono, cosa pensano e cosa desiderano. A loro volta coinvolgono i genitori e si sentono travolti da un repentino cambiamento che non sanno come gestire. A volte si sentono confusi, altre volte esasperati, altre volte scelgono di non dare importanza, 

“alla fine lo fanno tutti” 

“E’solo un videogioco”

Ed è ecco che la soluzione a tutto diventa il videogioco, un posto magico dove non c’è bisogno di capire cosa si sente e cosa si pensa, si vive attraverso un personaggio, si nascondono dietro un avatar e interpretano una parte. Incontrano e stringono rapporti con quelli che chiamano amici, ma di fatto non sanno condividerci nulla all’infuori del videogioco. Abbiamo davanti agli occhi una società di giovani che veste tante maschere, che cambia avatar giornalmente e che non stringe più amicizie reali. 

Ma dove li porterà tutto ciò?

Sapranno ancora riconoscersi in mezzo a tanti avatar?

Come faranno a entrare in contatto con le loro emozioni reali?

Tanti preadolescenti sappiamo bene che si chiudono in loro stessi e in questa realtà immaginaria e spesso il processo di soggettivazione va incontro ad un brusco arresto. Non sanno più riconoscere cosa appartiene a loro e cosa all’altro, cosa è reale e cosa è virtuale.

È necessario sempre monitorare ed essere vicini emotivamente ad un adolescente che sta intraprendendo un momento di sviluppo importante e che necessita dei suoi coetanei per potersi differenziare dai propri genitori e poter mettere un altro tassello nella costruzione della propria identità. 

Questi coetanei è necessario che siano reali, tangibili e concreti, con i quali condividere la crescita e non rischiare di perdersi nelle buie strade della vita virtuale.

“Mio figlia/a sta sempre chiuso in camera incollato alla play!”

“A scuola mi dicono che non interagisce con i compagni”

“Temo che mio figlio/a non abbia amici”

Ma dove li porterà questa sostituzione totale del gioco con la realtà?

Sapranno ancora orientarsi nella vita quotidiana o diventeranno essi stessi gli zombie della nostra realtà?

Purtroppo molto spesso  i ragazzi rimangono bloccati in questi mondi virtuali, che diventano delle vere e proprie dipendenze e agiscono come le droghe.

Sentiamo dunque il bisogno di aiutare ragazzi che non riescono più a distinguere ciò che è gioco da ciò che è realtà;

aiutarli a riprendere contatto con gli aspetti più puri della relazione autentica nella realtà quotidiana;

aiutarli a procedere nel loro sviluppo e non rischiare arresti evolutivi che andranno poi a destabilizzare sia l’area cognitiva ma soprattutto l’area affettiva;

Come poter aiutare ragazzi e ragazze a tornare ad apprezzare le relazioni reali, ad interessarsi alle persone reali intorno a loro?

Esistono spazi di gruppo o individuali, che noi chiamiamo gli interventi della Area Intermedia, finalizzati a dare spazio alla condivisione, al pensiero, allo scambio e alle emozioni.

Consulta i nostri servizi per saperne di più 

Per maggiori informazioni l’Equipe di Scarabocchi potrà rispondere alle vostre domande.


Rubriche

Autore: Achiropita Chimenti, Francesca De Vita 28 febbraio 2022
NO TU NO! TWO IS BETTER THAN...THREE 
Autore: Achiropita Chimenti e Francesca De Vita 16 febbraio 2022
Si inizia a diventare genitori sin da quando si decide di volerlo essere , da questo momento in poi ogni comunicazione avrà come scopo quello della genitorialità. Cosa accade quando da coppia si diventa genitori? Possiamo intendere la genitorialità come una possibile evoluzione della coppia? In diversi casi è possibile affermare che quando una coppia sente di aver raggiunto una certa stabilità, interna ed esterna, può sentire anche il bisogno di creare una famiglia. Oggi, meno influenzate di un tempo dalle spinte socio-culturali, molte coppie ragionano e ponderano bene la nascita di un figlio, sono molti i dubbi che vi assalgono… “E’ davvero arrivato il momento giusto?” “Saremo in grado?” “Avremo abbastanza soldi?” …ma cosa significa e cosa comporta diventare genitori? Per alcuni forse può significare un riassetto pratico ed economico, quindi doversi procurare tutti i suppellettili necessari al bambino, mettere in conto risorse economiche da destinare alle spese del nascituro. Ma se vogliamo, preparare lo spazio del bambino in casa, potrebbe anche rappresentare un rito di passaggio, un modo per trovare anche uno spazio del bambino che sia interno al genitore. In che senso uno spazio interno al genitore ? Beh accogliere il bambino del quale bisognerà prendersi cura per una lunga parte della propria vita, se non tutta, non sembra proprio una passeggiata. Infatti un genitore, definito da Winnicott sufficiente buono , oltre che a provvedere a bisogni concreti del figlio dovrà cercare di corrispondere anche ai bisogni affettivi. Questi forse sono i più difficili. Perché non è così semplice riuscire a corrispondere ai bisogni affettivi del bambino e riuscire anche a regolare i propri? Semplicemente perché all’interno di questo processo giocano tanti fattori per nulla trascurabili. Il primo fattore che influenza la relazione genitore-bambino è la storia personale di ognuno dei partner, dove per storia si intendono i vissuti emotivi esperiti sia in famiglia sia nelle altre relazioni. L’aver fatto esperienza del proprio genitore nel ruolo di figlio, influenza moltissimo la relazione futura. E’ ciò che viene chiamato vissuto transgenerazionale. Per promuovere una sviluppo che non presenti degli arresti, è importante per una coppia riuscire ad integrare le due storie personali. Ciò contribuisce alla costruzione di un’identità di coppia necessaria per la futura costruzione di un’identità genitoriale. Ci sono nuovi compiti da affrontare, primo fra tutti quello di ridisegnare la propria relazione, riuscire a trovare un’integrazione tra le opinioni, o rappresentazioni, che ogni partner ha sulla genitorialità, perché l’obiettivo è quello di far crescere il proprio figlio in una genitorialità comune e condivisa . Purtroppo sembrerebbe che accettare le differenze non sia semplice, imporre la propria idea di genitorialità perché ritenuta più giusta non aiuta lo sviluppo della coppia genitoriale. “siamo sempre andati d’accordo su tutto ma non riusciamo a trovare un punto d’incontro sull' educazione di un figlio…” “forse non è ancora il momento…” “e se non avremo più tempo per noi?” Molte domande costellano la genitorialità nascente, perché insieme ad ogni neonato nascono due nuovi genitori. Questo è valido anche se pensiamo ai secondogeniti, terzogeniti e così via, perché non si riuscirà ad essere genitori allo stesso modo con tutti i figli. Si dice che ogni figlio ha il proprio genitore, perché ogni relazione è unica e specifica. Dunque che sia prima, seconda, o quinta gravidanza non abbiate timore a richiedere l’aiuto di un professionista psicologo, alcuni dei quali offrono servizi di “ Home Visiting ” accompagnando la coppia, o il singolo genitore, nella costruzione del proprio ruolo genitoriale e nel supporto delle tappe evolutive del bambino. Per maggiori informazioni l’Equipe di Scarabocchi potrà rispondere alle vostre domande.
Autore: Francesco Vicanolo 16 febbraio 2022
L’adolescenza è un periodo di profondo cambiamento, il corpo si sviluppa e cresce, la pubertà convoca con forza il corpo con nuove sensazioni, all’inizio ignote e misteriose; cambia il modo di vedere e pensare gli altri e soprattutto noi stessi. Anche il rapporto con i genitori si trasforma, prima punto di riferimento, dopo scomodi intrusi del nuovo spazio che l’adolescente inizia a formare intorno a sé (a casa e fuori). Un periodo che sconvolge regole, tempi, ruoli e funzioni, essere disorientati non diviene un problema da risolvere ma un punto di partenza verso un nuovo e personale modo di essere, sia per i ragazzi che per i genitori. Tutto questo rimaneggiamento può confondere i ragazzi e portare a degli “agiti” che alcuni, con tono bonario ed edulcorato definiscono ragazzate, pensando siano cose passeggere e reversibili, altri le considerano gravi comportamenti che rischiano di compromettere il futuro dei ragazzi…. ma quindi come può un genitore orientarsi e comprendere la sottile e incerta linea di confine? Se si è troppo indulgenti si rischia di non fornire al figlio il necessario senso del limite che solo gli adulti, e i suoi rappresentanti come le istituzioni, devono dare, perché il limite non è solo un divieto ma un garante che deve essere introiettato per divenire una funzione di sostegno e protezione. Se si è troppo rigidi, che non per forza deriva da fare i “bacchettoni” ma da una situazione confusiva che spaventa, si rischia di diventare un muro, impermeabili all’altro, non potendo offrire quella comprensione, tolleranza e rispecchiamento di cui i ragazzi segretamente hanno bisogno. Quindi torniamo alla domanda, se mio figlio è adolescente e sta facendo delle cose che mi preoccupano è il caso che lo faccio vedere da uno psicologo? Dipende ovviamente, alcune turbolenze sono fisiologiche e per le quali non serve chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta, a volte basta che i genitori mantengano uno sguardo vigile per monitorare il problema, si confrontino tra loro e “pensino” il figlio, in un modo nuovo e libero da pregiudizi. Altre volte invece c’è il rischio che le ragazzate siano prime avvisaglie di comportamenti che sabotano lo sviluppo degli adolescenti e che possono cronicizzarsi in dei sintomi ma soprattutto rendere troppo tormentata l’esistenza dei ragazzi. In questo caso sarebbe utile poter offrire all’adolescente la possibilità di parlare con qualcuno, non in modo che “lo rimetta in riga”, ma che possa ascoltarlo e comprenderlo. Nel caso il ragazzo non volesse, inutile insistere, potrebbe essere utile per i genitori chiedere un aiuto per loro, per capire come gestire la preoccupazione e questo può essere un grande aiuto indiretto per il ragazzo. Può succedere che dopo tempo l’adolescente chieda un aiuto, e grazie al lavoro fatto dai genitori che il ragazzo ha raccolto, in quel caso si può pensare ad uno spazio nuovo ed esclusivo del ragazzo dove possa sentire libero di portare e scoprire sè stesso.
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