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Regole per bambini più liberi

Maria Chiara Appiotti

Nell’immaginario comune, soprattutto quello attuale, le regole sono spesso associate alla rigidità, alla limitazione della libertà, ai conseguenti rimproveri e punizioni. Si trascura, tuttavia, la loro accezione positiva: le regole sono importanti e svolgono una precisa funzione nel normale sviluppo emotivo e sociale del bambino. Servono, infatti, a rassicurare, a contenere e permettono al bambino di avere confini ben delineati, una cornice entro la quale sperimentarsi serenamente ed in maniera sicura.


Ma… qual è il momento giusto per iniziare a dare delle regole al vostro bambino? 


Io direi, molto presto. Le norme, infatti, sono necessarie per trasmettere fin da piccolo al bambino un modello di rappresentazione del mondo esterno, tutt’altro incline all’immediato soddisfacimento dei propri bisogni. 

La prima regola, semplice ma estremamente diretta, è il “NO!”. “No! Non mettere questo in bocca”, che nel tempo diventerà: “Non possiamo comprare un nuovo giocattolo ogni volta che usciamo!”, oppure “No, non puoi guardare la TV fino a tardi!”.

Tramite il “NO” un genitore, a volte a malincuore, rifiuta una richiesta del figlio, rendendolo consapevole dei vincoli posti dalla realtà esterna.

Non abbiate paura, quindi! Lo state facendo per il suo bene: avere dei limiti, infatti, aiuta i bambini ad abbandonare la primaria convinzione della propria onnipotenza, ovvero il pensiero che possano fare e ricevere tutto ciò che desiderano. Questo li stimola ad allenare la negoziazione, la capacità di attendere, di rinunciare e di mediare.

Un genitore forte e sicuro, ma pur sempre amorevole, farà sì che il bambino, crescendo, interiorizzi un buon esempio di severità e autorità genitoriale e che, sulla scia di questo, diventi gradualmente capace di controllare il soddisfacimento dei propri impulsi e, quindi, di autoregolarsi. Sarà un bambino più sicuro, per sé e per gli altri, e, paradossalmente, più libero. 


Cosa accade, invece, se mamma e papà trascurano le regole? 


Può capitare che i genitori facciano fatica a trovare un equilibrio tra la funzione normativa e quella affettiva. Nell’incapacità a far coesistere entrambi i ruoli, quello di genitore che dice “NO” e quello, invece, affettuoso e comprensivo, trascurano il primo aspetto, abbracciando un modello di famiglia più lassista, incentrata soprattutto sull’emotività e sul calore e, quindi, poco orientata alla trasmissione di valori e regole. 

Un genitore particolarmente permissivo, con un ruolo proibitivo e autorevole ridotto, non solo renderà suo figlio incapace di autocontrollarsi; l’eccessiva libertà concessa al bambino, probabilmente, determinerà in lui un incremento di angosce e di paure nel momento in cui dovrà scegliere da solo come comportarsi.


A questo punto è utile chiederci: 

Quali caratteristiche devono avere le regole per essere maggiormente efficaci? 


Perché le regole siano ben recepite e più facilmente accettate dal bambino è importante che siano poche e semplici, comprensibili per la sua età e la sua fase di sviluppo. 

Una norma, inoltre, deve essere concreta e quanto più applicata al quotidiano, così che il bambino comprenda bene come deve comportarsi; è importante anche commentarla con lui, spiegandogli i motivi per cui è importante rispettarla. 

L’ultimo ingrediente fondamentale, infine, è la coerenza: una regola è tale perchè deve essere SEMPRE rispettata, evitando le eccezioni che confonderebbero solo il bambino e renderebbero ai suoi occhi colui che la dispensa, un genitore meno affidabile e sicuro. 


La difficoltà a dare regole o a darle in maniera eccessivamente rigida può essere strettamente correlata alla storia individuale di ciascun genitore, alla propria personale esperienza circa l’autorità parentale. Questo aspetto che influenzerà, probabilmente, la personalità del bambino e il suo comportamento, potrà essere esplorato in un percorso di psicoterapia o di sostegno alla genitorialità, richiedendo l’aiuto di un professionista psicologo. Questo vi aiuterà a comprendere la vostra modalità e a trasformarla in una più favorevole al benessere dei figli e dell’intero sistema familiare.


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Rubriche

Autore: Achiropita Chimenti, Francesca De Vita 28 febbraio 2022
NO TU NO! TWO IS BETTER THAN...THREE 
Autore: Achiropita Chimenti e Francesca De Vita 16 febbraio 2022
Si inizia a diventare genitori sin da quando si decide di volerlo essere , da questo momento in poi ogni comunicazione avrà come scopo quello della genitorialità. Cosa accade quando da coppia si diventa genitori? Possiamo intendere la genitorialità come una possibile evoluzione della coppia? In diversi casi è possibile affermare che quando una coppia sente di aver raggiunto una certa stabilità, interna ed esterna, può sentire anche il bisogno di creare una famiglia. Oggi, meno influenzate di un tempo dalle spinte socio-culturali, molte coppie ragionano e ponderano bene la nascita di un figlio, sono molti i dubbi che vi assalgono… “E’ davvero arrivato il momento giusto?” “Saremo in grado?” “Avremo abbastanza soldi?” …ma cosa significa e cosa comporta diventare genitori? Per alcuni forse può significare un riassetto pratico ed economico, quindi doversi procurare tutti i suppellettili necessari al bambino, mettere in conto risorse economiche da destinare alle spese del nascituro. Ma se vogliamo, preparare lo spazio del bambino in casa, potrebbe anche rappresentare un rito di passaggio, un modo per trovare anche uno spazio del bambino che sia interno al genitore. In che senso uno spazio interno al genitore ? Beh accogliere il bambino del quale bisognerà prendersi cura per una lunga parte della propria vita, se non tutta, non sembra proprio una passeggiata. Infatti un genitore, definito da Winnicott sufficiente buono , oltre che a provvedere a bisogni concreti del figlio dovrà cercare di corrispondere anche ai bisogni affettivi. Questi forse sono i più difficili. Perché non è così semplice riuscire a corrispondere ai bisogni affettivi del bambino e riuscire anche a regolare i propri? Semplicemente perché all’interno di questo processo giocano tanti fattori per nulla trascurabili. Il primo fattore che influenza la relazione genitore-bambino è la storia personale di ognuno dei partner, dove per storia si intendono i vissuti emotivi esperiti sia in famiglia sia nelle altre relazioni. L’aver fatto esperienza del proprio genitore nel ruolo di figlio, influenza moltissimo la relazione futura. E’ ciò che viene chiamato vissuto transgenerazionale. Per promuovere una sviluppo che non presenti degli arresti, è importante per una coppia riuscire ad integrare le due storie personali. Ciò contribuisce alla costruzione di un’identità di coppia necessaria per la futura costruzione di un’identità genitoriale. Ci sono nuovi compiti da affrontare, primo fra tutti quello di ridisegnare la propria relazione, riuscire a trovare un’integrazione tra le opinioni, o rappresentazioni, che ogni partner ha sulla genitorialità, perché l’obiettivo è quello di far crescere il proprio figlio in una genitorialità comune e condivisa . Purtroppo sembrerebbe che accettare le differenze non sia semplice, imporre la propria idea di genitorialità perché ritenuta più giusta non aiuta lo sviluppo della coppia genitoriale. “siamo sempre andati d’accordo su tutto ma non riusciamo a trovare un punto d’incontro sull' educazione di un figlio…” “forse non è ancora il momento…” “e se non avremo più tempo per noi?” Molte domande costellano la genitorialità nascente, perché insieme ad ogni neonato nascono due nuovi genitori. Questo è valido anche se pensiamo ai secondogeniti, terzogeniti e così via, perché non si riuscirà ad essere genitori allo stesso modo con tutti i figli. Si dice che ogni figlio ha il proprio genitore, perché ogni relazione è unica e specifica. Dunque che sia prima, seconda, o quinta gravidanza non abbiate timore a richiedere l’aiuto di un professionista psicologo, alcuni dei quali offrono servizi di “ Home Visiting ” accompagnando la coppia, o il singolo genitore, nella costruzione del proprio ruolo genitoriale e nel supporto delle tappe evolutive del bambino. Per maggiori informazioni l’Equipe di Scarabocchi potrà rispondere alle vostre domande.
Autore: Francesco Vicanolo 16 febbraio 2022
L’adolescenza è un periodo di profondo cambiamento, il corpo si sviluppa e cresce, la pubertà convoca con forza il corpo con nuove sensazioni, all’inizio ignote e misteriose; cambia il modo di vedere e pensare gli altri e soprattutto noi stessi. Anche il rapporto con i genitori si trasforma, prima punto di riferimento, dopo scomodi intrusi del nuovo spazio che l’adolescente inizia a formare intorno a sé (a casa e fuori). Un periodo che sconvolge regole, tempi, ruoli e funzioni, essere disorientati non diviene un problema da risolvere ma un punto di partenza verso un nuovo e personale modo di essere, sia per i ragazzi che per i genitori. Tutto questo rimaneggiamento può confondere i ragazzi e portare a degli “agiti” che alcuni, con tono bonario ed edulcorato definiscono ragazzate, pensando siano cose passeggere e reversibili, altri le considerano gravi comportamenti che rischiano di compromettere il futuro dei ragazzi…. ma quindi come può un genitore orientarsi e comprendere la sottile e incerta linea di confine? Se si è troppo indulgenti si rischia di non fornire al figlio il necessario senso del limite che solo gli adulti, e i suoi rappresentanti come le istituzioni, devono dare, perché il limite non è solo un divieto ma un garante che deve essere introiettato per divenire una funzione di sostegno e protezione. Se si è troppo rigidi, che non per forza deriva da fare i “bacchettoni” ma da una situazione confusiva che spaventa, si rischia di diventare un muro, impermeabili all’altro, non potendo offrire quella comprensione, tolleranza e rispecchiamento di cui i ragazzi segretamente hanno bisogno. Quindi torniamo alla domanda, se mio figlio è adolescente e sta facendo delle cose che mi preoccupano è il caso che lo faccio vedere da uno psicologo? Dipende ovviamente, alcune turbolenze sono fisiologiche e per le quali non serve chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta, a volte basta che i genitori mantengano uno sguardo vigile per monitorare il problema, si confrontino tra loro e “pensino” il figlio, in un modo nuovo e libero da pregiudizi. Altre volte invece c’è il rischio che le ragazzate siano prime avvisaglie di comportamenti che sabotano lo sviluppo degli adolescenti e che possono cronicizzarsi in dei sintomi ma soprattutto rendere troppo tormentata l’esistenza dei ragazzi. In questo caso sarebbe utile poter offrire all’adolescente la possibilità di parlare con qualcuno, non in modo che “lo rimetta in riga”, ma che possa ascoltarlo e comprenderlo. Nel caso il ragazzo non volesse, inutile insistere, potrebbe essere utile per i genitori chiedere un aiuto per loro, per capire come gestire la preoccupazione e questo può essere un grande aiuto indiretto per il ragazzo. Può succedere che dopo tempo l’adolescente chieda un aiuto, e grazie al lavoro fatto dai genitori che il ragazzo ha raccolto, in quel caso si può pensare ad uno spazio nuovo ed esclusivo del ragazzo dove possa sentire libero di portare e scoprire sè stesso.
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